Immagini elaborate con l’AI.

Mettiamo che domani lo Stato dica: da adesso, quando i prezzi salgono, gli stipendi salgono di conseguenza, in automatico, senza che nessuno debba chiederlo.

Sembra una proposta rivoluzionaria. Invece in Italia c’era già. Si chiamava scala mobile, ed è stata smontata fra il 1992 e il 1993, con gli accordi firmati dai governi Amato e Ciampi insieme ai sindacati e alla Confindustria.

Non è una cosa che non abbiamo mai provato. È una cosa che avevamo e che abbiamo tolto.

Come funzionava

Il meccanismo era semplice da capire. Si misurava di quanto erano saliti i prezzi, e la busta paga veniva adeguata in base a quella misura. Non dipendeva dalla bravura del singolo nel trattare, non dipendeva da come andava l’azienda, non dipendeva dal fatto che tu avessi il coraggio di chiedere. Era scritto.

Oggi funziona al contrario. Lo stipendio si muove quando scade un contratto, ogni tre o quattro anni, e solo se qualcuno ha la forza di ottenere qualcosa. I prezzi invece si muovono ogni giorno, perché li decide chi vende.

In mezzo a quei tre o quattro anni, ogni mese di inflazione sposta ricchezza da chi ha un reddito fisso a chi ha un prezzo da fare. Non succede di nascosto, succede alla luce del sole, ed è esattamente quello che hai visto nei numeri dell’altro articolo: chi stava in basso ha perso il 40,8 per cento del suo potere d’acquisto dal 1990, chi stava in alto ha guadagnato il 3,3.

Perché l’hanno tolta, e questa parte va capita bene

Qui devo essere onesto, perché la ragione di chi la smontò esisteva e non era campata in aria.

Negli anni ottanta l’inflazione italiana viaggiava a due cifre. L’argomento era questo: i prezzi salgono, gli stipendi salgono in automatico, le imprese si ritrovano con costi più alti e rialzano i prezzi, e si gira in tondo. Una rincorsa che si alimenta da sola, con l’inflazione che non scende mai.

Chi firmò quegli accordi riteneva di spegnere quel motore. E l’inflazione in effetti è scesa.

Se ti raccontassi solo la prima metà di questa storia ti starei prendendo in giro. Quella scelta aveva un senso economico, e ci sono economisti seri che ancora oggi la difendono.

Mano di un uomo che segue con il dito una riga di una vecchia busta paga, su un tavolo di cucina

La domanda che resta aperta

Il punto è un altro, ed è quello che nessuno mette sul tavolo volentieri.

La scala mobile è stata tolta. Il motore della rincorsa è stato spento. Ma al suo posto non è stato messo niente.

Nel 1992 l’idea era che la contrattazione fra sindacati e imprese avrebbe fatto il lavoro: non più un automatismo, ma una trattativa periodica che teneva conto dei prezzi e della produttività. Quella trattativa, nei trentaquattro anni successivi, ha prodotto il meno 6,6 per cento di cui abbiamo parlato.

E c’è un dato che spiega perché quella trattativa si è indebolita: nel 1990 il lavoro part time era il 4,4 per cento del totale, nel 2018 era il 31,5 per cento. Quasi un lavoratore su tre. Un mercato spaccato in pezzi, con contratti diversi per fare lo stesso mestiere, dove chi tratta il proprio stipendio tratta da solo e da debole.

Non è che la contrattazione abbia fallito per cattiveria. È che si è presentata al tavolo con una forza che non aveva più.

La cosa che mi ha fatto più impressione

Nei numeri dell’Ufficio parlamentare di bilancio c’è un passaggio che ho dovuto rileggere due volte.

I piccoli miglioramenti arrivati in busta paga negli ultimi anni non vengono dalle aziende. Vengono dalle riforme fiscali, cioè da tasse tolte dallo Stato. E l’Ufficio parlamentare di bilancio arriva a ipotizzare che quel sostegno pubblico abbia tolto pressione alla trattativa, facendo da cuscinetto.

In parole povere: lo Stato ha messo una pezza, e la pezza ha fatto sembrare meno urgente il buco.

C’è poi una cosa che riguarda chi guadagna un po’ di più. Gli scaglioni delle tasse non vengono aggiornati con l’inflazione. Quindi se il tuo stipendio sale solo per stare dietro ai prezzi, tu non sei più ricco, ma per il fisco sì, e scatti in avanti. Sopra i 35.100 euro all’anno il sistema di oggi è più pesante di quello del 1990.

Quello che vedo io, dal mio posto

Io la scala mobile l’ho conosciuta da giovane, quando lavoravo in una falegnameria. Non ci facevo caso. Era una riga sulla busta paga, e nessuno di noi si chiedeva cosa fosse.

Poi ho avuto un’azienda mia, e mi sono trovato dall’altra parte: quello che le buste paga le firma. E da lì ti dico una cosa che non è comoda da dire.

Quando decidi tu quanto dare, dai quello che ti sembra sostenibile in quel momento. Non è cattiveria, è che hai cento preoccupazioni e l’aumento è l’unica che puoi rimandare senza che nessuno protesti. L’aumento che non dai non si vede. Si vede dieci anni dopo, quando la gente brava se n’è andata.

La scala mobile toglieva a uno come me quella possibilità di rimandare. Mi legava le mani. E oggi che sto dall’altra parte, in magazzino, capisco perché a qualcuno conveniva slegarle.

Non ti sto dicendo che bisogna rimetterla com’era. Quella rincorsa dei prezzi era un problema vero. Ti sto dicendo che l’abbiamo tolta e non abbiamo messo niente al suo posto, e che il conto di quel vuoto è arrivato in busta paga, un due per cento all’anno per trent’anni.

La domanda che ti lascio

Guarda la tua busta paga e cerca una riga, una qualsiasi, che si muova da sola quando i prezzi salgono.

Se non la trovi, adesso sai perché.

Nel prossimo pezzo di questa serie vado a vedere dove finiscono i 97 miliardi di interessi che lo Stato italiano paga ogni anno sul debito, e chi li incassa. È la parte che tutti raccontano male, me compreso fino a poco tempo fa.

Le fonti

Ufficio parlamentare di bilancio, nota sul ruolo redistributivo dell’Irpef, luglio 2026: salari reali, percentili, part time, ruolo delle riforme fiscali, soglia dei 35.100 euro.

Abolizione della scala mobile: accordi del 1992 e del 1993 fra governo, sindacati e Confindustria.

OCSE, confronto internazionale sui salari reali 1990-2024.


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