Immagine elaborata con l’AI.
Il 6 ottobre è finito lo sconto fisso sulle accise e il gasolio è tornato a salire. Poche settimane dopo, pezzi interi del Sud si sono fermati.
Io lavoro in magazzino. Quando i camion si fermano me ne accorgo prima del telegiornale.
E ho notato una cosa, leggendo i commenti sotto le notizie di questi giorni. Tanta gente la liquida così: sono problemi loro, sono i camionisti che protestano. Non è vero, e provo a spiegarti perché.
Cosa è successo, in ordine
Le prime proteste spontanee partono in Calabria a inizio ottobre. Poi si allargano a Puglia, Sicilia, Campania, Basilicata, Molise. Blocchi sulle statali, sui raccordi, davanti al porto di Gioia Tauro.
Nel giro di pochi giorni il blocco esce dal mondo dei camion ed entra nelle case. Distributori a secco in gran parte del Sud. A Cosenza cominciano a mancare frutta, verdura e latte fresco. A Procida gli scaffali quasi vuoti. Nella zona ionica messinese la raccolta rifiuti si ferma in almeno quindici comuni. I traghetti per Ischia e Procida rischiano di restare senza carburante.
Il 20 ottobre c’è l’incontro a Milano. Il ministero parla di circa un miliardo sbloccato, di cui 480 milioni per le domande presentate fino ad agosto. Il credito d’imposta slitta al 2027. La Sicilia revoca il fermo, la Calabria tira avanti, la Campania si ammorbidisce.
Oggi, 22 ottobre, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto. Dentro ci sono 126,4 milioni di credito d’imposta sul gasolio: 66,4 che si aggiungono al credito per gli acquisti da marzo ad agosto e 60 per quelli fra il primo settembre e il 5 ottobre. Quel credito si potrà usare all’inizio del 2027. C’è poi la sospensione delle rate di leasing dal primo novembre al 31 marzo, ma solo della quota capitale: gli interessi si pagano lo stesso. E c’è una regola nuova sul costo del carburante nei contratti non scritti, con parametri minimi fissati dal ministero.
Quello che nel decreto non c’è: il ritorno dello sconto sulle accise, e qualunque cosa che faccia scendere il prezzo alla pompa domani mattina.
E poi c’è il numero che pesa più di tutti. Il credito d’imposta sul gasolio comprato fra marzo e agosto, circa 430 milioni, era già stato sbloccato prima di questa protesta e a oggi non è ancora stato pagato. Le domande in attesa sono circa trentaduemila.
Perché riguarda anche chi non ha un camion
Qui sta il punto che mi interessa davvero.
Tu vieni pagato per il tuo lavoro, non per quello degli altri. È giusto così. Ma il conto di quello che succede agli altri lo paghi lo stesso.
Prendi la catena di una cosa banale, il latte che metti nel caffè la mattina. Qualcuno lo munge, qualcuno lo lavora, qualcuno lo carica su un camion, qualcuno lo scarica in magazzino, qualcuno lo mette sullo scaffale, tu lo compri. Togli un anello solo, quello del camion, e tutti gli altri restano fermi con le mani in mano. Non perché abbiano sbagliato qualcosa. Perché erano attaccati a quell’anello.
Non è solidarietà, è aritmetica. Chi ha lo scaffale vuoto non vende, chi non vende non ordina, chi non riceve ordini manda a casa qualcuno. E alla fine il costo del gasolio lo paghi anche tu, dentro il prezzo di quello che compri, solo che a te non arriva una bolletta col nome sopra.
Quello che vedo dal mio posto di lavoro
In magazzino la giornata è fatta di arrivi. Se il camion non arriva non è che si lavora un po’ meno: non si lavora proprio, e poi il giorno dopo si lavora il doppio per recuperare.
E prima del magazzino ho avuto un’azienda mia, nel fotovoltaico, con agenti in giro per l’Italia. So che cosa vuol dire quando una cosa fuori dal tuo controllo ti ferma per una settimana. I costi fissi non si fermano con te. Il leasing non si ferma, l’assicurazione non si ferma, le rate non si fermano. Ecco perché un fermo di dieci giorni per una piccola impresa non è una protesta: è un buco che poi ti porti dietro per mesi.
Quando leggo che un camionista non riesce più a far quadrare i conti con quel prezzo del gasolio, non penso che stia esagerando. Penso che stia dicendo un numero.
Il contentino non è un risultato
E adesso la parte che mi sta più a cuore, perché vale per qualunque protesta, non solo per questa.
Uno sciopero nasce per un motivo preciso. Qui il motivo è il prezzo del gasolio.
Guarda bene cosa è stato messo sul tavolo: rimborsi su carburante già comprato, arretrati che erano dovuti da prima, un credito d’imposta che si potrà usare più avanti. Sono soldi veri, non lo nego, e per chi li aspettava da mesi sono soldi che servono. Ma nessuna di queste cose fa scendere il prezzo alla pompa domani mattina. Lo sconto sulle accise, che era la cosa che il prezzo lo teneva giù, è finito il 6 ottobre e non è tornato.
Quindi la domanda da farsi non è quanti milioni sono stati sbloccati. È un’altra: il motivo per cui ci si è fermati, è stato risolto o no?
Se il gasolio costa come prima, il problema è ancora tutto lì. È stato spostato più in là, e pagato con un acconto.
Cosa direbbe chi la pensa diversamente
Per onestà dico anche l’altra campana, perché esiste.
Chi difende le misure dice che quei fondi erano bloccati da tempo e che sbloccarli è un fatto concreto, non un gesto. Dice che tenere lo sconto sulle accise per sempre costa miliardi ogni anno, soldi che poi vanno tolti da un’altra parte. E dice che i blocchi stavano facendo male soprattutto a chi non c’entrava niente, cioè le famiglie rimaste senza spesa e senza traghetti.
Sono argomenti seri e non li butto via. Ma nessuno dei tre risponde alla domanda di prima.
Quando una protesta ha senso
Ho imparato una cosa, sbagliando in proprio prima che in fabbrica.
Fermarsi costa sempre. Costa a chi si ferma, in giornate che non torneranno, e costa a chi sta intorno. Proprio perché costa così tanto, va speso bene.
Una protesta che finisce perché è arrivato qualcosa non ha ottenuto: ha incassato. Sono due cose diverse. Ottenere vuol dire che fra sei mesi, se vai a guardare, la cosa per cui ti eri fermato è cambiata. Incassare vuol dire che è cambiato il tuo conto corrente per un trimestre e poi si ricomincia da capo, con la gente intorno un po’ più stanca e un po’ meno disposta a darti ragione la volta dopo.
Non sto dicendo che chi accetta sbaglia. Chi ha i creditori addosso prende quello che arriva, e io non sono nella posizione di fare la morale a nessuno. Sto dicendo che chiamiamo le cose col loro nome, così la prossima volta sappiamo cosa stiamo facendo.
La domanda che ti lascio
Pensa all’ultima volta che qualcosa è peggiorato nel tuo lavoro o nella tua spesa, e tu hai lasciato correre perché tanto non dipendeva da te.
Quante di quelle cose, oggi, sono tornate come prima da sole?
Io credo che siamo tutti attaccati alla stessa catena, e che far finta che siano problemi degli altri sia il modo più veloce per ritrovarseli in casa. Prima o poi tocca a tutti essere l’anello che si ferma.
Se la pensi diversamente scrivimelo nei commenti, e dimmi da che parte della catena stai. Mi interessa più il tuo mestiere della tua opinione.

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