Ieri al lavoro mi sono chiesta: ma io qui a cosa servo?
Avevo visto un problema che poteva diventare veramente serio. Sapevo anche chi poteva aiutarmi per poterlo risolvere, ma non potevo chiedere l’aiuto senza chiedere prima l’autorizzazione.
Ho provato a spiegarlo al mio capo. Non mi sono però sentita ascoltata, e sono rimasta lì, zitta, ferma immobile.
Non ero arrabbiata. Ero delusa, perché il mio intento non era quello di scavalcare qualcuno. Non volevo scavalcare nessuno, volevo evitare un problema che potesse diventare più grande e più pericoloso.
Ma davvero dobbiamo aspettare che il fumo diventi un incendio prima di muoverci, prima di fare qualcosa?
A voi è mai successa una cosa del genere?
Quel giorno ho capito una cosa
Non è il lavoro in sé il problema. È la sensazione di avere qualcosa da dare e non poterlo dare.
Ed è anche per questo che ho cominciato a costruire qualcos’altro, nel tempo che mi resta.
Io un lavoro ce l’ho, ma ho anche un piano B
Avere un piano B per me non significa non credere nel mio lavoro.
Significa semplicemente non voler affidare tutte le possibilità del mio futuro a una sola strada.
Non sto cercando scorciatoie e non voglio fare salti nel buio. Mentre continuo la mia vita normale, sto costruendo anche qualcosa di mio.
Perché magari non mi servirà domani. Ma se un giorno vorrò qualcosa di diverso, non voglio partire da zero.
E tu? Sei più da una strada sola, o preferisci costruirtene anche una seconda?
Raccontatemi nei commenti se vi siete mai sentiti bloccati proprio quando volevate fare bene il vostro lavoro.

Lascia un commento