Immagini elaborate con l’AI.
Aspettare una visita o un esame non significa soltanto segnare una data sul calendario. A volte significa tornare a controllare il telefono, chiedersi quando arriverà una risposta e cercare di organizzare il lavoro, la famiglia e gli impegni senza sapere ancora quando sarà possibile farsi visitare.
Non tutte le attese sono uguali. Non sappiamo che cosa provi ogni persona e non possiamo attribuire a un ritardo conseguenze mediche senza conoscerne il caso. Ma possiamo fare una cosa importante: guardare i numeri senza dimenticare le persone che ci sono dietro.
Che cosa ha comunicato AGENAS il 22 ottobre 2026
Il 22 ottobre 2026 AGENAS, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ha pubblicato un aggiornamento sul monitoraggio delle liste d’attesa. I dati della Piattaforma Nazionale Liste di Attesa arrivano al 30 settembre e riguardano i primi nove mesi dell’anno, messi a confronto con lo stesso periodo del 2025.
Il monitoraggio considera 14 tipologie di prime visite specialistiche e 22 esami diagnostici. Non descrive, quindi, ogni singolo appuntamento sanitario possibile, ma un insieme definito di prestazioni utilizzato per misurare l’andamento del sistema.
Il primo elemento è positivo: secondo il bollettino AGENAS, le prenotazioni monitorate sono salite da circa 19,7 milioni nei primi nove mesi del 2025 a circa 21,8 milioni nei primi nove mesi del 2026. È migliorata anche la quota delle prestazioni monitorate entro i rispettivi tempi massimi di garanzia: per le prime visite dal 76,9% al 78,6%; per gli esami diagnostici dall’83,3% all’85%. Non sono percentuali riferite a tutte le visite e a tutti gli esami del sistema sanitario.

Sono progressi reali e meritano di essere riconosciuti. Dire che tutto è fermo sarebbe sbagliato. Ma sarebbe altrettanto sbagliato usare questi miglioramenti per concludere che il problema sia risolto.
Quattro milioni di prenotazioni non sono quattro milioni di persone
Nei giorni della presentazione è circolata una cifra che colpisce: circa quattro milioni di prenotazioni che non hanno rispettato i tempi di garanzia. Il numero viene dal bollettino AGENAS stesso: sono circa 4,06 milioni, se si mettono insieme le prenotazioni oltre la soglia e quelle con tempi prossimi alla soglia.
Qui bisogna fare una distinzione fondamentale. Il dato riguarda le prenotazioni di visite ed esami, non il numero delle persone coinvolte. Una persona può avere più prenotazioni. Da quella cifra non possiamo ricavare quanti cittadini distinti abbiano aspettato oltre il limite.
C’è poi un’altra differenza da non perdere. Le prenotazioni andate oltre la soglia di garanzia sono circa 2,11 milioni di prime visite e circa 1,08 milioni di esami: in tutto circa 3,2 milioni. A queste il bollettino aggiunge circa 860 mila prenotazioni con tempi prossimi alla soglia. Insieme arrivano a circa 4 milioni. Il bollettino però non dice quanti giorni copra questa fascia «prossima alla soglia», quindi non sappiamo quanto siano lunghi questi ritardi.
Un ritardo breve e un’attesa molto prolungata non sono la stessa cosa. Eppure non basta conoscere i giorni per stabilire, da fuori, quanto quell’attesa pesi su una persona. Per capire la gravità di un singolo caso servono informazioni cliniche che questi dati aggregati non forniscono.
I miglioramenti non cancellano le differenze
Il quadro non è uniforme. È AGENAS stessa a scrivere che i progressi riguardano soprattutto le prestazioni urgenti e brevi, e che restano margini di miglioramento negli accertamenti endoscopici e in alcune visite specialistiche. Anche tra le regioni la distanza è grande: per le prime visite fatte nei tempi si va dal 99% della Basilicata al 55,3% della Puglia.
Questo significa che una percentuale nazionale, da sola, non racconta tutta l’esperienza di chi cerca una prenotazione. La disponibilità concreta può variare secondo la prestazione richiesta, la priorità indicata dal medico e il luogo in cui si vive.
Anche le parole contano. «Tempo massimo di garanzia» non significa che tutte le visite debbano avvenire nello stesso numero di giorni. Le scadenze cambiano in base alla classe di priorità e al tipo di prestazione. Per questo confrontare soltanto due appuntamenti, senza conoscerne il contesto, può portare a conclusioni sbagliate.
Il tempo misurato e il tempo vissuto
Le statistiche sono indispensabili: aiutano a capire se le cose migliorano, dove rimangono problemi e quali domande rivolgere a chi organizza i servizi. Ma una tabella misura prenotazioni e scadenze. Non misura direttamente l’incertezza, l’organizzazione quotidiana o le domande che possono accompagnare l’attesa.
Non serve inventare la storia di qualcuno per rendersene conto. Basta distinguere due piani: da una parte ciò che i dati dimostrano; dall’altra ciò che merita ascolto e non può essere ridotto a una media nazionale.
L’obiettivo non dovrebbe essere scegliere fra celebrare i miglioramenti e denunciare i ritardi. Possiamo riconoscere entrambi: il lavoro che ha permesso più appuntamenti nei tempi e le difficoltà ancora presenti per chi non riesce a ottenere una data adeguata.
La trasparenza è utile proprio a questo. Numeri pubblici, criteri comprensibili e informazioni chiare permettono di discutere dei servizi sanitari senza trasformare ogni attesa in una tragedia, ma neppure fingere che un ritardo sia soltanto una casella in un foglio di calcolo.
Conclusione: dietro ogni data c’è una domanda
La paura non prende appuntamento. Chi aspetta una visita, invece, deve farlo. Possiamo partire da qui, senza esagerazioni e senza promettere risposte facili: pretendere dati chiari, riconoscere i progressi e continuare a prestare attenzione a ciò che non funziona.
Se ti è capitato di aspettare una visita o un esame, che cosa ti ha pesato di più: il ritardo in sé oppure il fatto di non sapere quando sarebbe arrivato il tuo turno? Puoi raccontarlo senza condividere diagnosi o informazioni sanitarie personali.

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