Immagini elaborate con l’AI.

Puoi lavorare tutti i giorni e avere comunque difficoltà a programmare l’anno prossimo. Non perché non hai voglia di impegnarti. Non perché ti manca un progetto. A volte il problema è molto più concreto: sai quando scade il contratto, ma non sai cosa succederà dopo.

Non serve immaginare una tragedia dietro ogni contratto a termine. Il lavoro temporaneo non è uguale per tutti e non porta sempre le stesse conseguenze. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare l’incertezza come un dettaglio. Per alcune persone quella data sul contratto pesa ben oltre l’orario di lavoro.

La scadenza non rimane fuori dalla porta di casa

Un contratto ha una durata scritta nero su bianco. La vita, invece, non segue lo stesso calendario. Ci sono decisioni che hanno bisogno di tempo: cercare una casa, accettare un impegno economico, organizzare la vita familiare, investire in una formazione, decidere se spostarsi per un’opportunità.

Nessuna di queste scelte diventa impossibile per definizione quando un impiego è a termine. Però l’incertezza può rendere più difficile prenderle. È un peso che non si vede guardando soltanto quante ore una persona lavora o quanto riceve a fine mese.

La questione che mi interessa è questa: che differenza c’è tra avere un lavoro oggi e potersi fidare abbastanza del domani da fare un progetto? Sono due cose diverse. E quando le mettiamo nello stesso calderone perdiamo una parte importante del problema.

Che cosa dice davvero l’ISTAT

Il 2 ottobre 2026 l’ISTAT ha pubblicato i risultati della componente longitudinale della Rilevazione sulle forze di lavoro, dedicata ai passaggi da una condizione lavorativa all’altra nell’arco di un anno. In pratica, osserva che cosa cambia per le persone tra il 2024 e il 2025.

Non è un semplice conteggio dei contratti esistenti in una certa giornata. È uno studio sui cambiamenti nel tempo. Riguarda una popolazione di riferimento dai 15 ai 64 anni, residente nello stesso comune all’inizio e alla fine del periodo osservato. Questo perimetro è importante, perché i risultati non vanno scambiati per le percentuali di tutti i lavoratori italiani.

Dentro questa analisi c’è un dato che merita attenzione: la quota di dipendenti a tempo determinato che, dopo un anno, è passata a un contratto a tempo indeterminato.

Dal 18% al 13,6%: che cosa cambia

Nel periodo 2023-2024 quel passaggio riguardava il 18% dei dipendenti a termine. Nel periodo 2024-2025 la quota è scesa al 13,6%. La differenza è di 4,4 punti percentuali.

Grafico elaborato con l'AI su dati ISTAT: i dipendenti a termine passati a tempo indeterminato dopo un anno scendono dal 18% del 2023-2024 al 13,6% del 2024-2025, e l'89,3% è ancora al lavoro dopo un anno
Immagine elaborata con l’AI.

Detto in parole semplici, tra le persone osservate che partivano con un contratto a termine, una quota più piccola ha raggiunto il tempo indeterminato a distanza di dodici mesi. Il dato non dice che nessuno riesca a stabilizzarsi. Dice che quella transizione è diventata meno frequente rispetto al periodo precedente.

Vale la pena fermarsi su questo passaggio, perché spesso nel dibattito pubblico si parla soltanto di posti di lavoro creati o persi. Ma per chi vive un contratto con una scadenza conta anche la possibilità di passare, col tempo, a una situazione contrattuale più stabile.

Il restante 86,4% non ha perso automaticamente il lavoro

Qui è facile sbagliare lettura. Se il 13,6% passa al tempo indeterminato, non significa che il restante 86,4% finisca senza occupazione. Sarebbe una conclusione falsa.

L’ISTAT precisa che, fra i dipendenti a termine osservati nel periodo 2024-2025, il 74,9% è rimasto occupato ancora a tempo determinato. Nel complesso, l’89,3% risultava occupato anche dopo un anno, considerando le diverse forme di lavoro. La quota uscita dall’occupazione era il 10,7%. E uscire dall’occupazione non significa necessariamente essere disoccupati: si può anche passare all’inattività.

Sono numeri che raccontano una realtà meno semplice di uno slogan. Molte persone continuano a lavorare. Ma continuare a lavorare e ottenere un contratto senza scadenza non sono la stessa cosa.

E attenzione a un altro equivoco: il 13,6% non è la percentuale di precari in Italia. È la quota di una specifica transizione contrattuale all’interno della popolazione studiata. Confondere questi concetti significa cambiare completamente il senso della notizia.

Più continuità nell’occupazione, meno passaggi alla stabilità

C’è un altro elemento del rapporto che impedisce di raccontare soltanto la metà più drammatica. Nel complesso della popolazione occupata osservata, il 96,7% di chi lavorava nel 2024 risultava occupato anche nel 2025. Questa permanenza nell’occupazione è aumentata rispetto al periodo precedente.

I due dati non si contraddicono. È possibile che più persone conservino un’occupazione e, contemporaneamente, che per chi parte da un contratto a termine diventi meno frequente arrivare al tempo indeterminato.

Questa distinzione conta. Non voglio usare un numero per dire che tutto va male, né un altro numero per sostenere che il problema non esiste. Voglio capire che cosa migliora e che cosa resta difficile. La continuità del lavoro è importante; la prospettiva di una maggiore stabilità contrattuale è una questione diversa.

Non basta dire a qualcuno di avere pazienza

Quando si parla di precarietà, la tentazione è cercare una risposta semplice. «Vedrai che prima o poi arriva il posto fisso». Oppure il contrario: «Oggi funziona così, bisogna adattarsi». Sono frasi che non chiariscono nulla.

La durata di un contratto non dice da sola se un ambiente di lavoro sia buono, se una persona venga rispettata o se ci siano opportunità future. E i dati ISTAT, da soli, non dimostrano quali aziende o decisioni abbiano causato il calo delle stabilizzazioni. Attribuire quella variazione a una causa precisa senza una ricerca specifica sarebbe scorretto.

Quello che possiamo fare è porre domande migliori. Quali percorsi di crescita vengono spiegati a chi entra con un contratto a termine? Con quanto anticipo viene comunicato un eventuale rinnovo? La formazione ricevuta apre possibilità reali? Su questi punti servono risposte concrete, non promesse generiche. E non esiste una soluzione identica per ogni settore, azienda o persona.

Il futuro non dovrebbe restare sempre in sospeso

I numeri non raccontano da soli la vita di una persona. Però possono aiutarci a non fermarci alle impressioni. Quelli dell’ISTAT mostrano un fatto preciso: tra il 2024 e il 2025 meno dipendenti a termine sono passati al tempo indeterminato rispetto all’anno precedente, anche mentre la permanenza complessiva nell’occupazione aumentava.

Io credo che valga la pena parlarne senza cercare colpevoli facili e senza nascondere la difficoltà dietro una media. Perché lavorare oggi è importante, ma poter immaginare qualcosa anche per domani è un’altra esigenza, molto concreta.

A te è mai capitato di rinviare un progetto importante perché non sapevi se il tuo contratto sarebbe stato rinnovato?


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