Immagini elaborate con l’AI.

Il sabato faccio la spesa come tutti. Prendo le solite cose, niente di speciale, niente di lussuoso, e alla cassa esce un numero che dieci anni fa non usciva.

Per un po’ ho pensato di essere io a sbagliare qualcosa. Che comprassi più roba, o peggio, o nei posti sbagliati. Poi ho smesso di tirare a indovinare e sono andato a guardare i numeri.

COSA DICONO I NUMERI

Ho confrontato i prezzi al consumo di settembre 2026 con quelli di settembre 2016. Dieci anni esatti, voce per voce.

Gasolio più 71 per cento. Alberghi più 64. Pollo più 44. Benzina più 44. Spese bancarie più 43. Manzo più 38. Formaggi più 34. Pane più 33. Pizzerie più 32. Bar più 30. Ristoranti più 29. Officina più 28.

Nello stesso periodo i medicinali sono praticamente fermi, più 0,8 per cento. Giochi e scommesse, zero.

Uomo in abiti da lavoro di spalle alla cassa di un supermercato, con poche cose sul nastro

LA COSA CHE MI HA COLPITO

All’inizio avevo in testa una spiegazione semplice: è salito quello che non puoi evitare di comprare. Poi ho riguardato l’elenco e non torna. Gli alberghi sono saliti del 64 per cento, le pizzerie del 32, i bar del 30, i ristoranti del 29. Sono tutte cose che uno rimanda benissimo, eppure stanno in cima.

Allora ho guardato dall’altra parte, quello che è salito meno. Abbigliamento più 10 per cento in dieci anni. Arredamento più 17. Ricreazione più 19. Informazione e tecnologia meno 27.

E lì il disegno si vede. Quello che si fabbrica in serie, in grandi quantità, spesso lontano da qui, è diventato più economico. Quello che costa energia, o che richiede una persona in carne e ossa sul posto, è diventato caro.

Il pieno costa energia. Il pane costa energia e braccia. Il barista deve stare dietro al bancone. Il meccanico deve stare sotto la macchina. Chi ti rifà la stanza in albergo deve salire al secondo piano. Nessuna di queste cose la puoi mandare a fare altrove, e nessuna di queste cose la puoi fabbricare in mille pezzi uguali.

E qui c’è la cosa su cui ho pensato per giorni. Se è salito il prezzo di tutto quello che richiede una persona sul posto, allora il lavoro di quella persona oggi vale più di dieci anni fa. Lo stipendio di quella persona però è un’altra storia, e di quella parlo nel prossimo articolo.

PERCHÉ IL NUMERO DELL’INFLAZIONE NON TI TORNA

Qui c’è una cosa che vale la pena sapere, perché spiega tanti litigi da bar.

Nel paniere ogni voce ha un peso diverso, in base a quanto ci spendono davvero le famiglie. Una voce che pesa pochissimo può raddoppiare di prezzo senza spostare quasi niente nella media generale. Il pane invece pesa, e quando sale si sente sia nel numero sia nel portafoglio.

Poi c’è la qualità. Sui telefoni il dato segna meno 69 per cento in dieci anni. Non vuol dire che in negozio li paghi un terzo. Vuol dire che a parità di quello che un telefono sa fare oggi, il prezzo è sceso. È un modo di misurare, non è un trucco, ma è un altro motivo per cui il numero del telegiornale e il tuo scontrino non si somigliano.

LE VOCI GROSSE

Guardando le grandi categorie, sempre a dieci anni, il quadro è questo.

Abitazione, acqua, luce e gas più 61 per cento. Cibo più 37. Ristoranti e alberghi più 37. Trasporti più 34. Informazione e comunicazione meno 27.

Le tre cose che tengono in piedi una giornata normale, avere una casa, mangiare e spostarsi, sono quelle salite di più. Le uniche due categorie scese sono informazione e comunicazione, meno 27 per cento, e i servizi di istruzione, meno 13.

UNA COSA CHE NON ESISTE

Mentre preparavo questo pezzo ho cercato i prezzi medi in euro dei singoli prodotti, tipo quanto costa in media un chilo di pane oggi in Italia. L’Istat non li pubblica. Pubblica gli indici e le variazioni, non il cartellino.

Te lo dico perché se da qualche parte leggi una cifra precisa in euro presentata come dato ufficiale, quella cifra non viene da lì.

Due scontrini del supermercato su un tavolo di legno, uno vecchio e ingiallito e uno nuovo

CHE COSA ME NE FACCIO IO

Non ho una soluzione da venderti e non ti sto dicendo di stringere la cinghia. Quella è la frase comoda di chi non fa la spesa.

Quello che ho fatto io è stato guardare il mio mese e dividere le spese in due colonne: quelle che non posso rimandare e quelle che posso. Poi ho guardato quale delle due colonne era cresciuta. Non ha cambiato il totale, ma ha cambiato una cosa: ho smesso di prendermela con me stesso ogni sabato alla cassa.

Sapere dove va il tuo soldo non lo fa tornare indietro. Ti fa smettere di cercare l’errore dove non c’è.

Nel prossimo pezzo guardo l’altra metà della forbice: che cosa hanno fatto gli stipendi, negli stessi anni.

Fonte: Istat, indici dei prezzi al consumo per l’intera collettività. Confronto fra settembre 2026 e settembre 2016, elaborazione sulle 392 voci del paniere al massimo dettaglio.


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